padri nobili

Bianciardi bibliotecario e la cultura del Bibliobus

di MARIA CRISTINA CARRATÙ (da Repubblica 5 ottobre 2016)

In realtà, «l’idea non era sua, le biblioteche mobili esistevano già in Lombardia ed Emilia Romagna, ma il fatto che il suo Bibliobus sia diventato un “caso”, al punto da sembrare l’unico, conferma la forza ideale del personaggio Bianciardi», spiega Elisabetta Francioni, autrice di Luciano Bianciardi bibliotecario a Grosseto (1949-1954) (domani alla Biblioteca Nazionale, piazza Cavalleggeri, con l’autrice e Alberto Petrucciani, presentazione di Goffredo Fofi, ore 17), accurata ricostruzione, con molte foto d’epoca, dei «sei anni più positivi e costruttivi » della vita dello scrittore, prima della “fuga” a Milano e dell’incontro/scontro con una realtà culturale ben diversa da quella immaginata. Quelli in cui, lasciato l’insegnamento nelle scuole, Bianciardi lavorò come direttore della Biblioteca Chelliana di Grosseto distrutta dalle bombe e alluvionata, col compito di rimetterla in piedi.
Ma soprattutto, con il progetto di offrire alle classi popolari quello che, da intellettuale amico personale di contadini, minatori e operai, considerava il più potente strumento di riscatto sociale, e cioè, appunto, la cultura. Fatta innanzitutto di libri, quelli che il neo direttore restaurò (anche di persona) e soprattutto acquistò, incrementando e rinnovando radicalmente l’offerta per i cittadini grossetani abituati a quattro scaffali polverosi. E quelli portati in giro dal Bibliobus, guidato da Carlo Cassola o dal custode della Chelliana, perché Bianciardi non aveva la patente, anche se era sempre a bordo.
Memorabile il viaggio inaugurale, a Montepescali, i cui abitanti avevano chiesto di poter vedere un antico Codice della biblioteca di Grosseto dove si raccontava la storia del paese. Codice che Bianciardi non esitò a portare sul posto, leggendolo poi di persona nell’affollatissimo teatrino.
Nella convinzione che la cultura “alta” dovesse essere a disposizione di tutti, la Biblioteca su gomma, spiega Francioni, era piena di libri di ogni tipo, «della Biblioteca Moderna Mondadori, della Bur, della Piccola Biblioteca scientifica Einaudi, ma anche manuali di agricoltura e artigianato, e la Bibbia, e il Corano, e i testi delle Costituzioni dei vari paesi, e la grande narrativa italiana, da Boccaccio a Pirandello, fino a Moravia e Pavese, nonché straniera, da Shakespeare a Hemingway ».
E i numeri daranno ragione al bibliotecario-scrittore , se è vero, come documentò Cassola, che nel 1954 700 lettori si fecero prestare 5-700 libri, con Moravia e Benedetto Croce, Dostoevskij e Steinbeck fra i più richiesti.

 

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