Vladimir Rasputin – L’ultimo termine

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Nella povera isbà di un villaggio sperduto in mezzo alla taiga siberiana, lontano dalle immense centrali elettriche e nucleari che vanno sorgendo a ritmo incalzante, una vecchia madre vive le sue ultime ore di vita. Dalla città, dal kolchos ormai trasformato in impresa statale, dalle regioni più a nord della Siberia, dove la natura è ostile e il lavoro è ben pagato, giungono i figli a radunarlesi intorno per l’ultimo saluto. Ma la morte non ha tanta fretta. Loro vorrebbero che tutto fosse finito, e poter dire: c’eravamo anche noi, e tornare alla loro caotica vita. Non bastano i ricordi a trattenerli, l’anello cui era sospesa la culla, il bosco che li ha visti bambini. In mezzo a loro, alla loro ottusa insofferenza, la vecchia madre gode del tepore del sole, del canto degli uccelli che si rincorrono tra gli abeti e le betulle, gode e sa che molto presto — anche se i figli non avranno la pazienza di aspettare — conoscerà « il segreto del sole e molti altri segreti che non è dato conoscere in vita ». In questo delicato romanzo, che in alcuni momenti di maggiore veridicità fa pensare alla sublime Morte di Ivan Il’ić narrata da Tolstoj, Valentin Rasputin ha messo molta amarezza, ma anche molta poesia