Ivan Illich – Pervertimento del cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su vangelo, chiesa, modernità [LDB]

Ivan Illich (1926-2002), prete cattolico che rinunciò all’esercizio pubblico del sacerdozio nel 1969, dopo le censure ecclesiastiche alla sua attività di oppositore dello “sviluppo”, a suo avviso esportato nei paesi “terzi” come forma più raffinata e distruttiva di colonialismo, fu negli anni Settanta uno dei maestri della contestazione mondiale contro le società industriali, i loro stili di vita, le forme del consumo, gli apparati di servizi. Divenne nel seguito un acuto studioso degli sconvolgimenti prodotti dallo sviluppo tecnologico nell’esperienza e coscienza umane in età moderna e contemporanea. In questo testo, che è parte della sua estrema autotestimonianza, Illich compie la parabola del proprio pensiero indicando nel cristianesimo, ossia in una interpretazione riduttrice e corruttrice della libertà annunciata dal Vangelo come amministrata dalla Chiesa nella sua millenaria evoluzione, l’origine di una alienazione dell’esistenza umana individuale e collettiva, giunta oggi alle soglie di un necessario, apocalittico ribaltamento.


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Jan Kott – Arcadia amara. «La tempesta» e altri saggi shakespeariani [LDB]

La Tempesta, Otello, Misura per misura, ma anche le commedie «arcadiche» («Dodicesima notte» e «Come vi piace») sono qui oggetto dell’appassionata indagine di Kott. Indispensabile completamento di «Shakespeare nostro contemporaneo», questa nuova raccolta di saggi conferma la profondità di analisi del critico polacco. «Il merito di Kott» afferma Mario Praz «è di aver dato all’opera shakespeariana un significato vibrante di sensibilità moderna, un’interpretazione valida come critica per alcuni o molti contemporanei, e come documento di storia del gusto per coloro che verranno dopo di noi».


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Jack Z. Bratich – Microfascismo. Genere, guerra, morte [LDB]

Microfascismo.  Genere, guerra, morte 


Femminicidi, stragi razziste, attentati antisemiti e crimini d’odio sono eventi sempre più frequenti, che accompagnano l’ascesa dell’estrema destra reazionaria in tutto il mondo. Che si tratti di neofascismo, alt-right o populismo autoritario, sta prendendo forma un corpo collettivo violento ancor prima di diventare riconoscibile in un movimento, un partito, un regime. L’inferiorità biologica della donna rivendicata dagli incel, il cospirazionismo di QAnon, il culto della violenza bellica del suprematismo bianco sono esempi della pervasiva presenza di «microfascismo» nelle nostre vite, le cui radici risalgono alle illusioni di un soggetto che immagina di essere artefice della propria origine e interamente padrone del proprio destino, all’utopia astratta di una «sovranità autogena». In questo soggetto «corazzato», patriarcale e capitalista – che la maschiosfera virtuale rivela oggi in tutta la sua violenza misogina – Jack Z. Bratich individua i germi della soggettività fascista, fondata sulla paura di dissoluzione dell’ordine stabilito. Ma il fascismo di tutti i giorni è tanto fragile quanto l’ordine immaginario su cui poggia. All’odio e al disprezzo che si manifestano nei nostri comportamenti quotidiani può porre rimedio un antidoto «micro-antifascista», un insieme di azioni individuali e collettive in grado di disinnescare il desiderio innato di dominio con pratiche sperimentali di cura, collaborazione e condivisione. 


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Daron Acemoglu – Che cosa è successo alla democrazia liberale?







Fin dalle sue origini, il liberalismo ha offerto una promessa di benessere condiviso, uguaglianza e libero perseguimento della conoscenza. All’inizio ha prosperato, poi ha vacillato. Oggi, quel luminoso faro di speranza si sta inesorabilmente sgretolando sotto i colpi dell’elitismo, dell’intolleranza e di una sempre crescente autocrazia. Si potrebbe dire che il liberalismo sia andato in frantumi. Ma quali sono le vere cause di questo drammatico epilogo?
La risposta non risiede in un destino inevitabile, ma piuttosto in una promessa tradita. Nell’era postindustriale, mentre l’automazione e la rivoluzione digitale scardinavano il vecchio patto sociale del Novecento, le élite hanno via via monopolizzato le istituzioni, sostituendo l’ascolto popolare con una rigida ingegneria sociale calata dall’alto. Questo scontro tra tecnocrazia e bisogni reali ha finito per lacerare il tessuto civile, lasciando milioni di persone senza voce. Eppure la storia insegna che i più grandi e significativi traguardi dell’umanità – dall’emancipazione degli schiavi ai diritti delle donne, fino alla nascita dello stato sociale – non sono nati da formule astratte o da verità imposte. Sono stati, al contrario, sempre frutto di un faticoso autogoverno e di un costante processo di apprendimento nato dal basso, all’interno delle comunità stesse. E ora cosa ci aspetta?
Daron Acemoglu – premio Nobel per l’Economia nel 2024 e autore, insieme a James A. Robinson, del bestseller Perché le nazioni falliscono – traccia in questo saggio l’ascesa e la caduta della democrazia liberale, offrendoci una speranza per il futuro: una nuova teoria che mostra come possiamo, e dobbiamo, rifondare il nostro sistema prima che sia troppo tardi. Un invito ad abbracciare una democrazia fatta di confronto e di partecipazione: imperfetta, certo, ma profondamente viva.


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Augustine Sedgewick – Paternità. Una storia di amore e potere


Paternità è una storia globale e culturale dell’essere padri: un racconto che attraversa i millenni e le nazioni per mostrarci come nel nostro passato l’amore per i figli sia stato costantemente legato alla fondazione di un’autorità; e come, a partire dal modo in cui ridefiniremo questo rapporto, dipenderà il futuro delle nostre società. 

Mettere al mondo un figlio non ha significato sempre essere «padre», almeno nel senso che attribuiamo noi, ai giorni nostri e in Occidente, a questo concetto. Il concetto di «paternità», secondo Augustine Sedgewick, è dunque qualcosa che si è evoluto nel tempo e come tale è possibile seguirne passo dopo passo la traiettoria: dalla rigida scansione dei ruoli di genere nelle civiltà dell’Età del bronzo ad Aristotele, che ha contribuito a definire la paternità come principio che giustifica e stabilizza le gerarchie; dal pater familias dell’antica Roma, con il suo potere assoluto sulla vita (e sulla morte) dei membri della casa, al «padre padrone», cardine della famiglia patriarcale moderna. Attraverso i ritratti di padri celebri, quali Enrico viii, Charles Darwin, Sigmund Freud e Bob Dylan, in queste pagine Sedgewick esplora i vari modi in cui si è declinata questa figura: strumento per legittimare un potere politico, funzione biologica carica di responsabilità, simbolo da detronizzare. 

Che cos’è, dunque, la paternità oggi? Questo libro è il tentativo di un padre e di uno studioso di rispondere a questa domanda, invitandoci a ripensarla alla luce di una mascolinità ridimensionata, incerta e in trasformazione: perché solo comprendendo che cosa ha significato essere padri nel passato possiamo provare a costruire modelli migliori per i nostri figli.

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Harold Barclay – Cultura e anarchismo. L’anarchismo tra realtà e utopia, uno sguardo antropologico [LDB]

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In antropologia, con la parola “cultura” si suole indicare tutto ciò che è modificato, sofisticato o addomesticato in base a concezioni umane, senza quindi distinguere tra ciò che è considerato raffinato e ciò che invece può apparire rozzo. Ne consegue che il rock and roll e Topolino sono tanto culturali quanto Beethoven e Shakespeare. Entro questa prospettiva, non esistono culture superiori o inferiori, ma sorge una domanda: se ogni società plasma la propria cultura, quali possibilità reali vengono allora offerte ai propri membri? La risposta non può essere univoca: in alcune culture le persone dispongono di poche alternative, a cui tutti però hanno libero accesso; in altre invece esiste un’ampia varietà di scelte, senza però che ve ne sia garantito l’accesso a tutti. Quali società sono allora più libere? E cosa intendiamo davvero per libertà?
In questo saggio illuminante, Harold Barclay esplora diverse culture – da quelle native alle comunità anarchiche internazionali sorte nella modernità – per interrogarsi sulle disuguaglianze e sulle possibilità reali di autodeterminazione.
Servendosi delle idee di Josiah Warren e Pierre-Joseph Proudhon, l’autore prende per mano il lettore e lo invita a riscoprire l’anarchismo come strumento per ripensare la cultura e la libertà


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Guido Morselli – Mi sono conosciuto nel sogno. Diario

Copertina del volume: Mi sono conosciuto nel sogno


A partire dal 1938, e pressoché sino alla morte, avvenuta nel luglio del 1973, Guido Morselli tenne un diario dove annotava le sue riflessioni sui temi più svariati. Puntigliosamente, da eterno dilettante – dietro il quale si celava un talento ben più saldo di quello di tanti illustri contemporanei –, Morselli prende spunto dalle letture, dagli incontri, dai fatti della vita per chiarire a sé stesso cosa pensare. E spesso pensa con la mente dei personaggi che ha creato, aiutandoci così a penetrare nel suo mondo speculativo e fantastico, e a comprendere i suoi procedimenti narrativi. Non solo: come ha notato Giuseppe Pontiggia, Morselli «rivive scene già descritte, le integra con una memoria visionaria, apprende particolari retrospettivi, conversa con i personaggi» – come se questi abitassero in permanenza il suo io plurimo. C’è difatti, in queste note di diario, una freschezza, un’acutezza, che subito ricolleghiamo al memorabile narratore dei romanzi e al delicato tessuto di pensiero che questi sottintendono. Come anche vi ammiriamo l’agilità mentale e il lucido equilibrio che gli consentono di elaborare posizioni teoriche – per esempio sulla crisi del romanzo – così originali e in anticipo sui tempi da condannarlo alla solitudine e all’emarginazione. Per lui, del resto, la vita spirituale implica due elementi: «una scelta, e la fedeltà a quello che si è scelto. Così nell’amore, così nei nostri rapporti coi luoghi e con le cose (non li possediamo, se non ci dedichiamo a essi con costanza, senza intermittenze); così nel conoscere». I sogni e le annotazioni di carattere più intimo, infine, aprono uno spiraglio prezioso sulla persona Guido Morselli: per usare ancora le parole di Pontiggia, «quando si esamina allo specchio, Morselli ha l’occhio visionario e oggettivo dei maestri dell’autoritratto. Sono le pagine più intense, e più importanti espressivamente, del diario».


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Nuove uscite al 31 agosto 2026



AA.VV. – Cristiani e potere. Sondaggi tra antichità ed epoca contemporanea [LDB]
Paolo Mazzarello – Il darwinista infedele. Lombroso e l’evoluzione [LDB]
Giuseppe Prezzolini – Cristo e/o Machiavelli [LDB]
Petr Kràl – Nozioni di base [LDB]
Federico Laudisa – Dalla fisica alla filosofia naturale. Niels Bohr e la cultura scientifica del Novecento [LDB]
Ivan Illich – Pervertimento del cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su vangelo, chiesa, modernità [LDB]
Robert Spaemann – L’origine della sociologia dallo spirito della Restaurazione. Studi su L.G.A. de Bonald [LDB]


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Viktor Sklovskij – Teoria della prosa [LDB]

A un secolo dalla sua comparsa, Teoria della prosa (1925) si conferma una delle opere più significative della critica letteraria nove centesca. A partire dall’idea della natura costitutivamente extra-emozionale dell’opera d’arte, in questo libro aggressivo e inquieto, ricco di paradossi e sorprese, Viktor Šklovskij ingaggia un serrato corpo a corpo con un insieme sterminato di testi, dalle antiche leggende indiane a Čechov, passando per Boccaccio, Cervantes, Sterne, Dickens, Tolstoj. Letteratura «alta» e tradizione folclorica sono sottoposte a un esercizio analitico teso a snidare le leggi, i dispositivi retorici e gli artifici (come lo straniamento, la costruzione a gradini, il rallentamento) mediante i quali l’opera d’arte costruisce sé stessa, sottraendo gli oggetti all’automatismo della percezione che contraddistingue l’uomo immerso nell’orizzonte delle abitudini quotidiane.

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Viktor Sklovskij – Il mestiere dello scrittore e la sua tecnica [LDB]

«Cominciate a metà, proprio dal primo punto che vi salta in mente, dove sapete cosa scrivere.» Quando Viktor Šklovskij pubblica Il mestiere dello scrittore e la sua tecnica (1927) sa bene quanto sia scottante la materia. Il suo manualetto, adatto anche a un pubblico ignaro di teoria letteraria, fa a meno di ingombranti preoccupazioni metafisiche intorno al “mistero” della scrittura. Destituito di ogni aura mistica e romantica, l’atto creativo è sottoposto a una serrata analisi empirica, corpo a corpo con quelle opere in cui le regole della letteratura si incarnano. Cumuli di esempi, aforismi, digressioni si susseguono in maniera incalzante, mostrando come ogni pedagogia della scrittura non è altro, in essenza, che una teoria della lettura.



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