Osamu Dazai – Lo squalificato

“Lo squalificato” (1948), narra la storia di un uomo, Yozo, che, sentendosi rifiutato dalla società nella quale vive, deve affrontare una condizione esistenziale di estrema solitudine. Ciò che rende intensamente suggestive le “pagliacciate” escogitate da Yozo per sopravvivere tra i suoi simili, patetici i suoi tentativi di dedicarsi alla politica e tormentosi i suoi rapporti con le donne, è il senso di insuperabile ambiguità che domina l’intera esperienza da lui vissuta in bilico tra il piacere di infrangere il codice sociale e il sentimento di colpa per non sapersi adeguare a esso. La “squalifica” alla quale è condannato Yozo (nel cui problematico ritratto certamente si riflettono vicende di cui fu vittima lo stesso Dazai) acquista un senso diverso solo dopo la sua morte, quando l’autore sposta bruscamente e sapientemente il punto di vista narrativo fuori della coscienza del protagonista.

Albert Caraco – L’uomo di mondo

Questo libro celebra un modello di comportamento: quello del galant homme, dell’uomo di mondo. Galant homme è, per Albert Caraco, un uomo di alto lignaggio, dai modi semplici e raffinati, dall’ammirevole padronanza dei gesti e dei pensieri, dall’ideologia rigorosamente conservatrice, poiché ogni violazione dell’ordine costituito non è che una dismisura. Lungi dall’essere un onest’uomo, l’uomo di mondo osserva un comportamento le cui regole si ispirano al più profondo disprezzo per gli altri e alla più proterva ipocrisia.

Per certi versi, egli è anche un criminale.

In queste pagine, in cui la prosa segue le più sottili e audaci sfumature del pensiero, è in breve caratterizzato il tipo dell’uomo costumato, del corifeo di una filosofia della mondanità e dell’etichetta che, denunciando la vacuità di ogni morale, non sprofonda nel caos, ma si attiene all’eleganza e, insieme, all’ascesi della forma.

Scrittore classificabile tra i grandi moralisti del nostro tempo, come Nietzsche, Kraus, Bataille, Albert Caraco fa sua, in questo libro, l’antica massima dei dandies e degli asceti di ogni tempo: che là dove affiora il nulla, non ci resta che lo stile.

Leonora Carrington – La debuttante

La debuttante di [Carrington, Leonora]

Donna dall’eccentricità indomabile, Leonora Carrington fu una delle «muse inquietanti» del surrealismo, dal quale però non smise mai di tenersi a debita distanza, anche negli anni in cui viveva con Max Ernst. I suoi quadri, enigmatici e beffardi, sono oggi celebrati e ricercati, ma non meno rivelatrice è la sua opera in prosa – e in particolare questi racconti, nei quali già Breton riconosceva un vertice dello «humour nero» (definizione che a lui risale). Qui il lettore potrà incontrare per la prima volta le sue creature predilette, esseri dalla natura sempre mutevole e indecifrabile, oscillanti tra l’aria ingannevole della nursery – deposito di sogni e relitti infantili – e l’orrore puro. Come nel racconto da cui prende il titolo la raccolta, dove una giovane debuttante, per evitare di partecipare al ballo organizzato dalla madre in suo onore, chiede a una iena il favore di sostituirla: con conseguenze feroci e esilaranti. Tutti «fantasmi di famiglia», su cui sentiamo aleggiare la risata rauca e affettuosamente crudele della Carrington. Per lei, ciò che per altri fu la scoperta della surrealtà, era la normalità stessa – come constatò sin dall’infanzia passata in una magione goticheggiante, che si poteva trasformare facilmente in un’allucinazione.

Danilo Kiš – Clessidra

Clessidra è il più sconcertante, il più audace e il più complesso fra i romanzi di Danilo Kiš. Quella realtà che in Giardino, cenere appariva ancora velata nei colori favolosi dell’infanzia qui si stravolge in una sorta di tranquillo delirio, divagante e lacerante. Lo stesso personaggio (il padre del narratore) che in Giardino, cenere si dedicava alla patetica e incongrua impresa di preparare un orario ferroviario universale qui appare subito su uno sfondo nero e desolato, quello della persecuzione degli ebrei – e di tanti altri massacri, semisommersi nell’oblio e coperti dalla neve della colpa (la neve compare più volte in queste pagine, con la stessa connotazione sinistra) – negli anni della seconda guerra mondiale. Tutto procede come in un verbale di polizia, che lascia emergere la verità scheggia per scheggia, finché tutte le schegge si ricompongono in una immagine unica, che però ha acquisito la profondità del tempo e delle sue ferite. Rare volte, in questi ultimi decenni, la letteratura ha trovato un timbro così penetrante e così puro. «Forse resteranno – se anche tutto ciò dovesse essere sommerso in un diluvio universale –, sì, resteranno la mia follia e il mio sogno, come un’aurora boreale e un’eco lontana. Forse, qualcuno scorgerà il chiarore di questa aurora, forse sentirà questa eco lontana, ombra del suono di un tempo, e comprenderà il senso di quel chiarore, di quello scintillio».

Chestertoniana. Cen(t)one 2018 – Parte prima

Cari amici,

Buon Natale. E come ogni anno ecco il consueto cen(t)one, per questa volta diviso in tre spezzoni e che vi accompagnerà fino alla befana. Nonostante lo sforzo del progetto rivoluzionario ho voluto rispettare la tradizione, e proprio con un grande apologeta della tradizione (cattolica) andiamo a cominciare: G.K. Chesterton

Dopo tanti consigli bolscevichi ho pensato a una bella raccolta catartica di autori considerati di ‘destra’, ‘conservatori’ e ‘reazionari’ (ammettendo che tutti questi termini possano essere usati come sinonimi), insomma quello che potremmo definire l’altro lato della modernità, quelli che Antoine Compagnon definisce nel suo bel libro ‘gli antimoderni.’

Se l’infornata vi è piaciuta e volete contribuire alla sopravvivenza nonché alla crescita dell’offerta di questo sito vi invito a fare una donazione:

Arrivederci al 2019. Saluti e buone letture.

Gilbert Keith Chesterton – L’uomo eterno

A distanza di oltre mezzo secolo torna sul mercato italiano il capolavoro di G.K. Chesterton “L’uomo eterno”, una intensa esplorazione della storia umana in cui l’autore, opponendosi al dilagante darwinismo sociale, nega la linearità dello sviluppo dalla barbarie alla civiltà e riafferma l’unicità e la cesura rappresentate nella storia dal messaggio cristiano.

Gilbert Keith Chesterton – L’uomo comune. Un elogio del buon senso e della tradizione

A un primo sguardo, “L’uomo comune” appare come una raccolta di saggi piuttosto eterogenea. Vi sono testi di argomento letterario, in cui si parla di Shakespeare, del dottor Johnson, di Henry James, Tolstoj, Elizabeth Barrett Browning, Dickens. Ci sono scritti d’interesse sociale che toccano i temi più svariati: la frivolezza, la risata, la volgarità, l’importanza della filosofia, il fanatismo, il nudismo. Altrove prevale invece l’elemento religioso, più precisamente cattolico: si va dalla difesa delle scuole confessionali alla critica dell’erastianesimo (la dottrina secondo cui lo Stato ha il diritto di intervenire e di imporre la propria volontà negli affari della Chiesa), fino all’interessante racconto che vede protagoniste due personalità inglesi del XIX secolo, Gladstone e il principe consorte Alberto, che immaginano l’imminente crollo della Chiesa per insurrezione popolare all’indomani della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione (dimostrando di non aver capito nulla della religiosità comune). Chiude il libro un curioso saggio dal titolo Se don Giovanni d’Austria avesse sposato Maria I di Scozia, dove lo scrittore cerca d’immaginare il corso che la storia d’Europa avrebbe preso se questi due suoi carismatici protagonisti avessero intrecciato le loro vite.

Gilbert Keith Chesterton – La serietà non è una virtù

I brevi saggi raccolti in questo volume furono scritti nell’arco di vent’anni per due giornali inglesi, “The Illustrated London News” e “The New Witness”. In essi Chesterton prende di mira alcuni aspetti del suo tempo (ma anche del nostro…), indicativi di un atteggiamento ideologico di irragionevole, e un po’ ottuso, scetticismo nei confronti della Tradizione – assai diffuso tra i suoi (e nostri) contemporanei – e di ingenua fiducia verso tutto ciò che ha l’apparenza della novità. Tra gli argomenti fatti oggetto della sua critica, compaiono la venerazione per gli animali domestici, il proliferare delle sette, il consumismo, il divorzio, lo spiritismo, l’esotismo, la fiducia incondizionata nelle conquiste della scienza, l’ateismo, l’individualismo, la divulgazione pseudoscientifica e, come suggerisce il titolo del primo saggio di questa raccolta (“Sulla serietà”), l’incapacità di sorridere della (e alla) vita.

Gilbert Keith Chesterton – Il pozzo e le pozzanghere

Pubblicato nel 1935, “Il pozzo e le pozzanghere” è una raccolta di brevi saggi polemici che, come scrive Chesterton, “si prefiggono di contrariare coloro che si trovano in disaccordo con noi e di annoiare gli indifferenti”. Se il tema del libro è quello più caro allo scrittore inglese – la difesa del cattolicesimo e della sua tradizione culturale (il “pozzo” del titolo) dagli attacchi provenienti dalla società secolarizzata e dal protestantesimo anglicano (le “pozzanghere”) -, la sua ragione più profonda è la difesa del “vero significato delle parole”. Per Chesterton questo compito, niente affatto accademico, richiede di prendere di petto i fatti della storia, per metterli nella loro vera luce e trarne il corretto insegnamento, ma anche di rispondere alle tante critiche di cui era fatto regolarmente bersaglio. Lo scrittore replica ai suoi avversari mettendone in luce il pregiudizio e si sofferma sulla storia moderna d’Europa, denunciando il materialismo del modello capitalista e il nichilismo di matrice comunista e nazista, mettendo in ridicolo la libertà sessuale dei connazionali e il conformismo degli intellettuali. Apologeta cattolico arguto e fuori dagli schemi, Chesterton non si rinchiuse mai in una sterile condanna delle cose del mondo, ma ricercò sempre il confronto aperto e ad armi pari con un interlocutore che non fu mai un nemico da odiare, quanto piuttosto un avversario al gioco, di cui vedere le carte per capire se bluffa.