Louis-Ferdinand Céline – Colloqui con il professor Y

«Il nostro professor Y, come mille altri, laureati, docenti, cogli occhiali, senza occhiali, ci aveva un manoscritto “in lettura”… non sono più romanzi quelli che pubblicano, ma tanti compitini!… compitini sarcastici, compitini archeologici, compitini proustici, compitini senza capo né coda, compitini! compitini nobelici… compitini anti-antirazzistici! compitini per piccoli premi! per grandi premi!…» Celine dà così sfogo nelle pagine violente di questo suo romanzo-pamphlet a un delirio, o se si·preferisce, a una festa verbale dai toni tipici dell’invettiva, orchestrata dentro lo scenario di un’umanità impietosa e di una visione catastrofica della storia. Nella fattispecie, Celine finge di concedere un’intervista all’immaginario professor Y sul perché non si vendano più i suoi libri, intervista sollecitata dal suo editore e che si trasforma inevitabilmente in un frenetico, sincopato soliloquio. Sinché il professor Y, stremato e ubriacato dal fiotto di invettive di Celine, sviene, stramazza, cerca scampo…

Louis-Ferdinand Céline – Mea Culpa e La Bella Rogna

Di ritorno dall’Unione Sovietica nel 1936, Celine pubblica il primo dei suoi scottanti e sbalorditivi pamphlet politici: “Mea culpa”. Il testo, che qui viene proposto nella traduzione e con una introduzione di Giovanni Raboni, non è solo l’appassionato e disperato atto d’accusa contro gli spaventosi limiti della natura umana, ma anche una preziosa testimonianza che permette di cogliere le illuminazioni di una spregiudicata profezia. In appendice al volume sono raccolti due testi che documentano da un lato la storia della ricezione di Mea culpa in Russia e rivelano dall’altro il rapporto di Celine con autorevoli esponenti francesi della “letteratura impegnata”.

Louis-Ferdinand Céline – Bagatelle per un massacro

Quando in Francia, nel dicembre 1937, uscì Bagatelles pour un massacre, Louis-Ferdinand Céline (1894-1961) era ormai un scrittore di successo e un maestro indiscusso della letteratura contemporanea. Con i romanzi Voyage au bout de la nuit (1932) e Mort à crédit (1936) si era guadagnato sia i favori del pubblico che quelli della critica più attenta, e aveva davanti a sé la prospettiva di una brillante quanto prevedibile carriera letteraria. Ma con la pubblicazione di Bagatelles pour un massacre (che pure ottenne largo consenso tra i lettori) e con lo scandalo che ne segui, Céline compromise volontariamente quella carriera e scelse la strada dell’emarginazione dalla cultura ufficiale, che scatenò contro di lui attacchi violenti (gli costarono, tra l’altro, il posto di medico al dispensario di Clichy) e l’accusa di antisemitismo. Che cosa spinse Céline a scrivere Bagatelles pour un massacre, «pamphlet» ancor oggi innominabile e mai più ristampato in Francia nel dopoguerra? Ricorrere, come è stato fatto, a motivazione patologiche, psicologistiche, o puramente estetiche per spiegare questo infernale atto di accusa e di autoaccusa, significa ridurre l’importanza del libro, che trae origine da ragioni più complesse. «Nel Voyage e in Mort à crédit — scrive Ugo Leonzio nella prefazione alla presente edizione, la prima integrale per l’Italia — l’inferno piccolo borghese, con i suoi riti e le sue disperazioni, è il bersaglio che Céline si è proposto. Ma è proprio il successo clamoroso di questi due libri che conduce Celine alla definizione del suo stato di insufficienza: il successo gli garantisce il ruolo di scrittore ma esaurisce l’epoca delle confessioni: l’inferno ha ricevuto i suoi contorni precisi e si è ammutolito. […] Il successo ha esaurito il suo mondo narrativo ma non il trauma che lo ha portato a scrivere e che, ora, è privo di nutrimento». Per Céline, che non è scrittore di invenzione, l’uscita da questa “impasse” può avvenire solo privilegiando come argumenta di scrittura l’attualità più oggetiva e scottante. Per questo motivo in Bagatelles pour un massacre, che crudeltà e paradosso apparentano alla Modesta proposta di Swift, il bersaglio scelto dallo scrittore è l’ebreo, non in quanto tale, ma i quanto prototipo, nel suo tempo e nella sua società, del potere. Ma se è fuorviante leggere questo libro come opera puramente letteraria, altrettanto errato sarebbe considerarlo come contributo a un progetto politico: l’odio da cui nasce e da cui è alimentato Bagatelles pour un massacre si configura, a ben vedere, come la forma più perversa del dolore umano, cioè come la forma più profonda e incomunicabile dell’amore.

Louis-Ferdinand Céline – La scuola dei cadaveri

Ora come ora, in Germania, Italia, Russia, a dire il vero un pò ovunque, il Giudeo trova una certa resistenza alla sua volontà… Un certo Razzismo ariano. Oh! non è ancora pericoloso! è ancora sporadico, timido, debole. Il pericolo è vago, lo si ostenta! Gli USA così inesorabilmente ebrei possiedono ancora il 70 per cento dell’industria mondiale! li Giudeo può venire e vedere!… Tiene tutta la cassa, l’impresa… Va be’! In fondo nessun pericolo! È sicuro di vincere! Una sensazione in più, ecco tutto! Per Barush, per Bellack, per Litvinof, per Rothschild, un pò meglio che del Baccarà! Ecco tutto!

E 50 milioni di cadaveri ariani come prospettiva… Francamente niente di serio. Per il momento. Forse un brivido… Nel peggiore dei casi…

Louis-Ferdinand Céline – Da un castello all’altro

Da un castello all'altro

Da un castello all’altro è la rielaborazione letteraria di un lungo e movimentato soggiorno che Céline, insieme alla moglie Lili e al gatto Bébert, fece in Germania fra il 1944 e il 1945 subito dopo lo sbarco degli americani in Normandia. Resoconto, romanzo autobiografico, cronaca della caduta del nazismo. Soprattutto delirio della memoria, odio furente che nulla salva, né vinti né vincitori. Il vecchio scrittore sembra afferrare la storia per decomporla, violarla, deformarla, travolgerla nel fuoco della sua mimica verbale. In questo scenario di tenebra appaiono Pétain e i suoi goffi ministri, militari tedeschi spauriti ma ancora arroganti, caricature di vescovi e ambasciatori, nobili personaggi mescolati alla folla di straccioni, affamati, assassini di professione, prostitute. Tutti marchiati da un comune destino di catastrofe. Una lacerante «cognizione del dolore» percorsa da momenti di grandiosa, terribile comicità, degno inizio di quella «trilogia tedesca» che Céline completerà negli ultimi anni della sua vita con Nord e Rigodon.

Louis-Ferdinand Céline – Nord

Nord

Nord è l’ultimo romanzo pubblicato in vita da Céline (nel 1960). È il secondo tassello della «trilogia» tedesca, che rievocava in maniera fantastica, orrifica e comica le peregrinazioni di Céline, della moglie Lili e del gatto Bebert per la Germania in rovina sotto i bombardamenti alleati tra il 1944 e il 1945. Dei tre libri Nord è quello che racconta gli episodi iniziali dell’odissea céliniana ed è quello in cui le avventure individuali dei protagonisti spiccano maggiormente nel caos collettivo che li circonda e li inghiotte. Spiccano anche le figure degli altri collaborazionisti francesi profughi in Germania: un’umanità infernale e grottesca attanagliata dalla fame, che si spia, che odia. Di fronte a loro i tedeschi, il loro disprezzo per questi alleati straccioni, il loro gusto di uccidere per un nonnulla. Il tutto in una prosa egocentrica e ossessiva, specchio mirabile del suo autore. *** La partitura musicale del testo, gli andirivieni spazio-temporali, l’oralità che simula la voce esclamativa e gridata in sovratoni spasmodici, il porgere gesticolante e più spesso ammiccante, sono i sintomi di un processo di somatizzazione della Storia per cui, fatalmente, gli avvenimenti retrocedono in uno sfondo scuro e opaco mentre vengono in primo piano, per definirsi con violenza aggettante, i riflessi psicosomatici, le ferite fisiche o psichiche e la loro impossibile cicatrizzazione. La verità di Nord e della Trilogia non è il risultato di una ritrattazione (perché Céline purtroppo non rinnega nulla dei propri trascorsi) né l’esito della strategia vittimistica che mira ad adulterare, in mala fede, il senso del suo antico antisemitismo, ma è semmai la perfetta stilizzazione di un patema. È il dolore nella sua esattezza lancinante, animale, che affiora pulsando senza più la necessità di un referente o di un capo di imputazione. Dalla prefazione di Massimo Raffaeli

Louis-Ferdinand Céline – Rigodon

Rigodon

Rigodon è la fuga di tre personaggi tra le macerie della Germania in fiamme: Céline, sua moglie e il gatto Bébert. È il crollo del nazismo, è un viaggio disperato verso l’agognata Danimarca ed è, soprattutto, una formidabile macchina stilistica scatenata da una personalità paranoica. L’ultimo libro di Céline.

Louis-Ferdinand Céline – Pantomima per un’altra volta

Pantomima per un'altra volta

L’uomo che nel 1952 torna a Parigi è un personaggio imbarazzante,l’autore dei famigerati libri antisemiti, ma deciso a riprendereil suo posto nelle patrie lettere. E lo fa attaccando tuttoe tutti, sfrenando il suo portentoso talento affabulatorio. Ilracconto deflagra rapidamente, ripercorre i momenti salienti diun’intera vita: l’infanzia al Passage Choiseul con la madre merlettaia,le sfilate con i corazzieri, le ferite di guerra, l’Africa, il vecchiomestiere di medico dei poveri, la prigionia in Danimarca, lepersecuzioni vere e presunte. Un inferno ribollente di voci, urli,rumori primordiali da cui si salva, unico campione di una umanitànon degradata, la moglie Arlette-Lilí.«Al principio era l’emozione… Ho voluto una prosa che nascecome la musica, senza mediazioni»: cosí Céline in una intervistadi quegli anni. Ancora una volta, il suo è un jazz arrischiatosu ogni oggetto capace di produrre suono, fra borborigmi, onomatopee,percussioni inaudite. Una sfida immane anche perun maestro di versioni céliniane come Giuseppe Guglielmi, checoinvolge apertamente i lettori: «Prima di tutto c’è la vostraignobile maniera di leggere… Fissate manco una parola su venti…Guardate lontano, stremati…»Ernesto Ferrero