Cinzia Sciuto – Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo

Oggi in Europa viviamo in società sempre più disomogenee. Le tensioni e i conflitti etnici, religiosi e culturali che attraversano centri e periferie impongono la ricerca di nuove forme di convivenza. Secondo Cinzia Sciuto, la strada da percorrere per una società capace di tenere insieme disomogeneità culturale e diritti delle persone è quella di una visione etica e politica radicalmente laica. Ma che cosa significa essere laici? La laicità è l’insieme delle condizioni che permettono alle diverse espressioni religiose, e più in generale alle diverse visioni del mondo, di coesistere in una società pluralistica. Condizioni che garantiscono la libertà di religione ma allo stesso tempo stabiliscono princìpi ai quali non si può derogare in nome di nessun Dio. La laicità dunque non è il polo di una simmetria, ma la condizione prepolitica della convivenza civile in una società disomogenea. Un saggio che smaschera le pretese velleitarie del multiculturalismo: nel reclamare riconoscimento e rispetto delle identità delle diverse componenti etniche, religiose e culturali di una società, il rischio è perdere di vista che il soggetto titolare di diritti è solo ed esclusivamente il singolo individuo e non i gruppi. Sciuto capovolge l’ordine di priorità: è l’individuo a essere portatore di identità e appartenenze, non è l’appartenenza a definire l’individuo.

Gianfranco Viesti – Verso la secessione dei ricchi. Autonomie regionali e unità nazionale

Verso la secessione dei ricchi?: Autonomie regionali e unità nazionale di [Viesti, Gianfranco]

Si sente dire che Veneto e Lombardia vogliono l’autonomia regionale differenziata. Ma pochissimi italiani sanno di che cosa si tratta effettivamente: anche perché se ne parla poco, e in modo volutamente molto vago. Questo breve saggio racconta le origini di questo processo, le richieste regionali e le loro possibili implicazioni. Mostra così che non si tratta di una piccola questione amministrativa, che riguarda solo i cittadini di quelle regioni, ma di una grande questione politica, che riguarda tutti gli italiani. Che può portare ad una vera e propria “secessione dei ricchi”; spezzettare la scuola pubblica italiana; creare cittadini con diritti di cittadinanza di serie A e di serie B a seconda della regione in cui vivono.

Manuel De Landa – La guerra nell’era delle macchine intelligenti

Si tratta di un saggio che affronta il tema delle tecnologie militari e verifica il loro impianto teorico. De Landa utilizza diverse complesse categorie del post-strutturalismo francese e della teoria del caos, per il suo intento descrittivo; in particolare, riprende da Deleuze il concetto di “machinic phylum” come perno attorno a cui strutturare l’opera. Analizza il fenomeno della crescita della tecnologia militare ed esplora lo strano territorio sul quale viviamo oggi, dove non c’è più soluzione di continuità tra militare e civile, organico ed inorganico, naturale e sintetico, intelligente e non-intelligente. Il tutto con un progetto grafico di notevole qualità.

H.L. Nieburg – La violenza politica

La violenza non è un fenomeno aberrante da condannare in quanto tale. Grazie alla violenza i diseredati e gli oppressi proclamano il proprio diritto all’esistenza, provano a se stessi e agli altri la propria legittimità, sì impongono come soggetti attivi del processo sociale. La prova di forza si trasforma in un giudizio terribile e inequivocabile, in cui i valori, le visioni del mondo, le istituzioni e la struttura del potere che le sorregge vengono saggiate nella loro vitalità, sottoposte a un esame estremo che può cambiare la realtà e creare un nuovo ordine di vita. La violenza non è irrazionale e inumana, e non è sempre distruttiva. Nello scambio continuo di valori, che governa i rapporti tra gli uomini, la violenza è l’ultimo strumento per riparare le diseguaglianze e reintegrare le parti su basi piu giuste.

La violenza non è l’atto creativo della società nuova. La violenza è semplicemente uno strumento i cui limiti e la cui efficacia sono definiti dal contesto sociale. Tutti i livelli della vita associata sono permeati da un processo di contrattazione che abbraccia una gamma amplissima di valori, positivi e negativi. Nieburg fu qui giustizia delle mascherature teoriche che ricoprono i pregiudizi vecchi e nuovi sulla violenza politica e inquadra il fenomeno in una dimensione inesplorata. Il suo suggerimento è semplice: comprendere il processo sociale perché la violenza ne è parte integrante, e individuare i modelli di interazioni che la promuovono e consolidano. In questo modo emerge il contesto strutturale della violenza politica, e le interpretazioni settoriali sono superate in una prospettiva più ampia. Un passo importante nella direzione di una teoria della violenza politica e un libro lucido e antiaccademico, lontano da ogni scolastica, che va diritto al nocciolo delle cose e propone una meditazione seria sul mondo che ci circonda.

Stephen Holmes – Anatomia dell’antiliberismo

A guardarla troppo da lontano, l’affermazione del liberalismo negli ultimi tre secoli di storia dell’Occidente può sembrare trionfale e quasi scontata: una specie di fatalità storica come quella che Tocqueville leggeva nella diffusione dell’uguaglianza delle condizioni. In realtà, se il liberalismo si è imposto alla mente degli uomini e alle istituzioni del nostro tempo, non è perché non abbia avuto nemici. Per emergere, ha dovuto, e deve tuttora, misurarsi con tutta una corrente di pensiero antiliberale che costituisce una tradizione variegata, ma unitaria e compatta. «I grandi movimenti», diceva Mill, «conoscono inevitabilmente tre stadi: il ridicolo, il dibattito, l’accoglimento». Quando il liberalismo ebbe percorso questa traiettoria che l’ha portato a diventare un segno distintivo della modernità, i suoi avversari hanno dovuto attenuare i toni, cercare giustificazioni più civili e, alla fine, accettare compromessi: in una parola, come dice Holmes, diventare «concilianti». Le sfide spavalde di un tempo, così, si sono fatte gradualmente più sfuggenti e perfino subdole, dando vita a una sorta di nicodemismo politico. È cominciato allora il gioco degli scavalcamenti e degli inveramenti, ossia la ricerca di realizzazioni «più compiute» miranti a vestire istanze conservatrici di panni più presentabili. Ovviamente in nome del liberalismo.

Ed è storia di oggi. Anche da noi.

Con Anatomia dell’antiliberalismo, Stephen Holmes svolge un’analisi critica stringente e lucida dei motivi conduttori della tradizione antiliberale. Il risultato è un quadro estremamente articolato in cui la dovizia dell’apparato documentario ha il proprio lievito nella passione politica e in una vena di disinvolta ironia.

Ludwig Dehio – La Germania e la politica mondiale del XX secolo

Nei saggi che compongono questo nuovo volume si confermano le doti dello storico di razza, già messe in evidenza dai suoi precedenti libri. Soprattutto negli ampi capitoli iniziali – quello su «La Germania e l’epoca delle guerre mondiali », dove l’ostinata e lunga lotta dei tedeschi per l’egemonia continentale viene analizzata nell’angustia dei motivi e nella cecità dell’azione che ha portato a spostare fuori dell’Europa i nuovi poli del potere mondiale, e i due saggi su « Ranke e l’imperialismo tedesco » e « Sulla missione della Germania », dove si ricostruisce la responsabilità di un secolo di storiografìa tedesca nel nutrire un paese, sensibile e quasi in attesa, ai miti di un’nazionalismo ottuso ed eversore – si può avere la misura della limpida profondità del suo pensiero e dell’intrepida acutezza della sua analisi.

Ludwig Dehio – Equilibrio o egemonia [LDB]

La crescente interdipendenza politica, economica e culturale fra tutti i popoli della Terra ha accelerato, dopo il 1945, il processo verso il superamento degli stati nazionali aprendo concretamente la strada all’unificazione del genere umano. Nonostante ciò, la «storiografia nazionale», che spiega gli avvenimenti che si manifestano in uno stato riferendosi soltanto al suo contesto storico e trascurando i rapporti di interdipendenza con altri stati, conserva ancora un ruolo dominante. Questo modo di vedere, che affonda le proprie radici nel nazionalismo affermatosi nella seconda metà del secolo scorso, conduce a visioni storiche parziali quando non addirittura deformanti. Se il superamento della «storiografia nazionale» si fonda sulla capacità di percepire con chiarezza i rapporti decisivi di interdipendenza fra gli stati, il problema fondamentale è quello di individuare in modo rigoroso e convincente i fattori che stanno alla base di questa interdipendenza. Equilibrio o egemonia, che prende in considerazione l’arco di tempo che va dal 1500 al 1945, evidenzia, accanto ai fattori spirituali ed economici, il fattore specificamente politico sul quale si fonda l’unitarietà della storia europea. Con il concetto di sistema degli stati, recepito da Ranke e dalla sua scuola, Ludwig Dehio è riuscito a rappresentare la storia dell’Europa come un tutto con una chiarezza mai raggiunta prima di lui e che non ha ancora trovato continuatori del suo stesso rango. Perciò questo libro, scritto quarant’anni fa, rimane attualissimo ed è uno strumento insostituibile per comprendere in profondità la storia dell’Europa fino al 1945 e per la conoscenza del mondo contemporaneo.

Gustave Le Bon – Psicologia delle folle

Psicologia delle folle di [Le Bon, Gustave]

La Psicologia delle folle, edita nel 1895, costituì e costituisce tuttora una vera e propria miniera d’oro per chi vuole comprendere il comportamento della folla. Lenin, Stalin, Hitler lessero meticolosamente l’opera di Le Bon e l’uso di determinate tecniche di persuasione nella loro dittatura trarre ispirazione dai suoi consigli.
“Ogni bugia, se ripetuta frequentemente, si trasformerà gradualmente in verità”, Hitler.
Perfino Mussolini fu un fervido ammiratore dell’opera dello psicologo francese: “Ho letto tutte le opere di Le Bon”, diceva, “e non so quante volte abbia riletto la sua Psicologia delle folle. E’ un’opera capitale alla quale ancora oggi spesso ritorno”

Douglas Murray – La strana morte dell’Europa

La strana morte dell'Europa di [Murray, Douglas]

Accolto al suo apparire in Inghilterra dall’apprezzamento del Times e di buona parte della stampa britannica, La strana morte dell’Europa è un’opera che mostra senza ipocrisie e nascondimenti tre aspetti fondamentali della crisi che scuote l’Europa, dinanzi ai quali chiudere gli occhi implica soltanto lasciare campo libero all’estrema destra razzista. Questi tre aspetti sono nell’ordine: 1) il radicale cambiamento nella composizione etnica, culturale e religiosa dell’Europa che l’immigrazione già comporta e può, a maggior ragione, comportare in futuro. Murray snocciola cifre al riguardo che emergono da seri studi, come quello – fonte il Guardian – condotto in Svezia, secondo il quale la percentuale della popolazione musulmana nel 2050 salirebbe in quel paese all’11 per cento se l’immigrazione cessasse oggi del tutto, al 21 per cento se registrasse un afflusso regolare e al 31 per cento se continuasse al ritmo attuale; 2) il naufragio del multiculturalismo, solennemente annunciato dalle parole stesse di Angela Merkel: «il tentativo di costruire una società multiculturale e di vivere fianco a fianco in armonia è fallito, miseramente fallito»; 3) l’illusione, coltivata soprattutto dalle élite liberal, di affidare l’integrazione a quella che Murray definisce cieca fede nella «società dei consumi» e che sarebbe forse più opportuno chiamare cieca fede nel libero mercato. La risposta di Murray alla crisi delle democrazie liberali, che l’immigrazione e il fallimento del multiculturalismo svelano, è quella che caratterizza l’intera ondata neocon che attraversa l’Europa odierna, e che accomuna conservatori atei come lui e conservatori credenti: recuperare le radici cristiane del nostro continente. Per chi, come noi, non soltanto non nega, ma trova un bene prezioso la fusione di popoli e genti diverse questa risposta, tuttavia, non può che erigere nuove barriere e rivelarsi così ugualmente illusoria. È chiaro, però, che la battaglia contro la possibile barbarie in agguato non può riposare sulla cieca «fede nell’avanzata inarrestabile del progresso umano», ma esige la ricerca di una nuova civiltà e di un nuovo senso della comunità umana.

AA.VV. – L’idea dell’unificazione europea. Dalla prima alla seconda guerra mondiale

L’obiettivo che si proponevano gli organizzatori del convegno era precisamente di contribuire ad un lavoro sistematico di ricerca mirante a recuperare entro il quadro del pensiero politico contemporaneo i contributi più importanti rilevabili nelle giustificazioni teoriche delle proposte di unificazione europea […] . Dalla Presentazione